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Il ragno tende
la sua tela
sul vetro della lanterna
Dal tornante
in lontananza
il paese sillumina
Le trasparenze
della tenda
rivelano uomini al lavoro.

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Il selciato di tufo
umido tra muschio,
nebbia e alberi.
Dal vaso di rame
trabocca l’acqua,
gocce s’infrangono.
Pietre rosse nel tramonto
si specchiano
nell’acqua bassa.
In lontanaza,
dietro l’imonente roccia
la città e i pescherecci.
Taiwan, festival delle lanterne,
il fiume si colora
dei fuochi d’artificio.
Terrazzamenti, risaie,
la nebbia nasconde
la vegetazione.
Il fumo dei petardi
forma nastri rossi
nel cielo buio.

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Dolce la direbbero dolce alcuni. Gioia. E se le unissi? Dolce Gioia.
Sei tu Dolce Gioia. Io sono Viola, quella che tu chiameresti madre, se fosse possibile. Come faccio a scrivere se tu non sai leggere? Se non sono sicura che tu imparerai mai leggere? Se non sono sicura che ci sarà qualcuno ad insegnartelo? Se sopravvivremo. Siamo esclusi dolce gioia. Ho pensato molto a come scrivere questo diario per te, che ora non hai un viso, un nome (Dolce Gioia è il tuo soprannome) che chissà se mai ci conosceremo. Cavoli così mi metto a piangere. No, dunque andiamo per gradi. Questo è un disegnario, ovvero un diario disegnato, così che tu, quando sarai abbastanza grande, potrai capire anche senza saper leggere.
Da cosa parto? Dunque, vediamo… Per prima cosa dicendoti che tu sei il risultato e la continuazione dell’amore tra me (Viola) e tuo padre (Giulio). I nostri ritratti sono basati su come ora siamo, sappi che ora abbiamo trent’anni. Tuo padre è un uomo dall’intelligenza creativa e realizzativa: tutti i macchinari che vedrai disegnati sono di sua ideazione. Li ha fatti con il materiale che ha reperito qui, ci aiutano nella sopravvivenza. E’ un uomo dal fisico tonico, di altezza media, capelli e barba neri e occhi verdi. Io? Beh sappi che è come mi vedo, anche se tuo padre ha contribuito al mio autoritratto. Capelli biondo grano maturo (castano chiaro mah) occhi color maggese (marroni scuro), corpo curato anche se non ho mai avuto un’ossessione per tutte quelle creme e cremine, seducente, altezza nella media.
Dove sei tu? Tu sei dentro di me. Lo so che ci sei. Tuo padre, quando ne siamo stati certi, ha cominciato a pensare come scendere da qui. O quantomeno far capire ad altri che siamo qui. Ma qui dove ti chiederai? Ochei, ora ti spiego. Questa città è così fitta di costruzioni da essere scura anche di giorno. Noi tre dolce gioia, siamo sul tetto di uno dei grattacieli della nuova parte della città. Essendo così in alto nessuno ci vede e nessuno sembra sapere dove siamo. O chiederselo. Tuo padre, che è un ingegnere ha costruito: una trappola per volatili che funziona col cibo (oddio chiamarlo cibo è un eufemismo, sono molliche di pane), ha costruito un silos per raccogliere l’acqua piovana che dobbiamo usare con attenzione perché non sappiamo esattamente quando piova, anche se ora cominciamo a capire quando ci sono i primi segni dell’arrivo di una perturbazione. Abbiamo anche arrangiato una copertura per proteggerci dal sole e dalle intemperie varie, e fin’ora funziona bene.
Stiamo provando di tutto per salvarci da questa situazione: abbiamo provato con i segnali luminosi, con i nostri telefoni portatili, provando a fare più rumore possibile, ma proprio non c’è modo, nessuno ci viene a soccorrere. La cosa più dura è che non abbiamo i mezzi per comunicare, abbiamo la speranza. ecco Dolce Gioia tu sei la speranza. E’ riposta in te e per te. Mi piacerebbe ora parlarti del nostro amore. Di come è nato e di come è difficile tenerlo vivo giorno per giorno. La nostra condizione è particolare, Noi siamo soli sul tetto di questo grattacielo, abbiamo l’un l’atra e ora è difficile scriverne. Quali argomenti potrebbero essere ancora discussi? Così abbiamo pensato di scriverti delle favole, utilizzando le nostre parole così da poterti sorprendere. Poter sorprendere noi stessi. Una cosa che mi piace di tuo padre è che ti parla attraverso me. Nel senso guardandomi negli occhi. Siamo convinti entrambi che la complementarità sia la base del nostro amore e che da lì dovremo ricominciare quando saremo in crisi. Perché succede sai? Noi siamo sempre qui tutto il giorno e la notte, sempre soli, ed è già successo che ci s’incolpi di colpe assurde. Qualche mese fa, prima di essere sicura del tuo esserci sentivo l’odio per lui. Lo sentivo crescere, sentivo di non farcela più, non sopportavo tutta questa situazione. E’ stato il periodo più brutto della mia vita. Sembrava infinito. Tu sei stata il motivo della nostra pacificazione. Sai, il nostro amore è nato lentamente, giorno dopo giorno, conoscendoci. Sappi che non siamo solo ipotesi. Tutte le domande “ma se non fossero andati lassù come sarebbe andata?” sono stupidaggini. Le cose sono andate così e nonn per tentativi ipotetici. Noi siamo le nostre circostanze. Per ora, Dolce Gioia ti salutiamo, a presto.
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La città era tutto un brulichio di persone camminanti, macchine sfreccianti tutte piccolissime viste da lassù. L’architetto Barnaba Bernini aveva progettato il suo grattacielo in maniera che la luce fosse propagata fino a terra, nelle strade le ombre dei grattaceli ormai formavano un’unica immensa ombra. Com’era che nessuno ci aveva pensato? Chi aveva ideato questa nuovo piano edilizio senza pensarci? Barnaba rimuginava in piedi sul tetto di quello strano grattacielo. Il più giovane e più ammirato architetto nel giro, nessuno al di fuori lo conosceva, e tutti i cittadini si erano scandalizzati che per un progetto così vasto fosse stato chiamato uno sconosciuto tra tanti rinomati architetti. Il solito protetto dai potenti, pensavano tutti.
Di statura elevata, piuttosto tondo nell’aspetto, con quei suoi paltò così lunghi, li portava sempre 3/4 come misura, forse slanciato, dai capelli castano scuro folti, nascosti sul capo da quel suo onnipresente panama, aveva sempre l’aria attenta e indagante con quei suoi occhi seminascosti dalla visiera e dagli occhiali tondi e neri. La sua camminata sicura, anche se con una certa flemma, un fare un po’ dimesso da persona che vuole passare inosservata, per quanto possibile, vestito sempre casual, dal suo cappotto uscivano gli oggetti più inconsueti: una livella, un metro, un taccuino per gli schizzi e una matita, una bussola, un manometro, a volte addirittura il suo sandwich preferito: quello vegetariano con salsa piccante.
Una pratica del mondo invidiabile, a trentuno anni aveva già fatto esperienze in molti paesi stranieri, sebbene provenisse da una città fondata sull’acqua come Venezia. Conoscenza degli uomini e, penso, delle donne. I suoi collaboratori, come per altro il suo padrone di casa, lo veneravano nonostante le sue continue precisazioni, l’essere tanto puntiglioso da soffermarsi sull’altezza di uno scalino per ore, lavorare fino a notte fonda, addirittura non dormire affatto, l’esattezza e la limpidezza delle sue azioni, dei suoi pensieri e tutto ciò che caratterizzava il suo tempo erano stupefacenti e uniche.
“Non ha mangiato, non ha mangiato! Come fa a stare in piedi Architetto? Non vorrà mica svenirmi sotto il solleone?” chiese il suo segretario personale. Per lui era l’uomo della provvidenza, quando aveva letto il messaggio sul sito del suo studio aveva inviato subito il curriculum. Ma questo egli cercava di essere: l’ombra dietro un grande uomo. Un uomo distintissimo che aveva anche risolto il suo problema con una finestra del suo monolocale asfittico, facendola finalmente funzionare. Barnaba era anche riuscito a farsi passare il suo progetto innovativo, nonostante tutti gli incartamenti e controproposte presentate dagli altri. Aveva portato un modellino in scala del suo progetto che dimostrava la possibilità e la convenienza di quel tipo di grattacielo, lui l’aveva studiato per anni e ora aveva i mezzi e il tempo per realizzarlo. Nella sua consapevolezza gotica veneziana, l’Architetto Bernini, che pareva essere mite e accondiscendente, interloquiva con l’altrui malignità sul suo progetto confutando e dimostrando tecnicamente,visivamente sul modellino l’evidenza della bontà e della esattezza di ciò che i suoi contendenti ritenevano pura teoresi. Gli sguardi e i volti dei committenti sembravano penetrati dalla stessa luce che penetrava nel suo palazzo, ne erano entusiasti, meravigliati, ed aspettano di vederlo realizzato.

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Tutto questo traffico
mi fa proprio
innervosire.
Barriere frangisuono
ai lati dell’autostrada
grigie.
La primavera è arrivata
e veste gonne a fiori.
Palazzi con muri scrostati,
aiuole senza erba
che bel posto!
Per le strade cellophane,
carte, bicchieri
scontrini.
Musica di sottofondo
il palco è vuoto
fortuna.
Le luci del bar
attirano
le solite mosche.
Un uomo, un violino
il cinguettare
che bello dal vivo!
Via le scarpe,
in calzini a righe
suona il musicista.
Quasi sussurra
introducendo ironico
le sue canzoni.
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Una tromba jazz
risuona nel quartiere,
Coltrane è qui.
Su di un marciapiede
sotto i portici
melodie jazz
La musica qui
ha disturbato tanto
da chiamare l’esercito.

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Il vecchio cane
fiuta l’aria, si ferma.
Strattona l’uomo.
…
Fiori viola e foglie verdi
sui rami dell’albero
all’incrocio.
…
Il gatto ha un graffio
insanguinato presso l’occhio
lo curo.

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Il gatto miagola
la sua presenza
dal divano
Nei vasi il giallo
dei fiori
e il verde delle foglie.
La voci dei vicini
discutono.
Pareti troppo fini.

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Crepuscolo d’inverno
in via Cavour
bastioni in lontananza.
L’asfalto che ci unisce
vorrei fosse
di petali di rose.
Il pettirosso
schernisce il gatto.
Dormi tu che io bevo.
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Il vento freddo,
il cappello rosso,
Rovereto.
Cioccolata calda
la tua lingua apprezza
io sorrido.
Stretta al mio braccio
dormi
sul treno del ritorno.

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